Sprechi in Italia, dove finiscono le risorse pubbliche e cosa si potrebbe fare per recuperarle
ROMA – Parlare di sprechi pubblici non significa sostenere che tutta la Pubblica amministrazione funzioni male o che ogni spesa sia inutile. Significa, piuttosto, interrogarsi su quanto denaro venga impiegato senza produrre servizi adeguati, infrastrutture durature o benefici misurabili per i cittadini.
Le stime sul costo complessivo di sprechi, inefficienze e malaburocrazia sono molto diverse tra loro. Alcune analisi parlano di centinaia di miliardi di euro l’anno, ma non esiste una cifra unica, ufficiale e certificata che possa essere attribuita indistintamente a tutte le inefficienze dello Stato. Una proposta di legge popolare presentata nel 2024, ad esempio, ha indicato una stima di circa 500 miliardi di euro, precisando però che si tratta di una valutazione dei promotori e non di un dato contabile ufficiale.
La CGIA ha invece stimato in oltre 225 miliardi di euro l’anno il costo economico complessivo di burocrazia inefficiente, ritardi della giustizia, criticità infrastrutturali, trasporto pubblico e sprechi nella sanità. Anche in questo caso si tratta di una stima dell’impatto economico complessivo, non di una somma immediatamente recuperabile dal bilancio pubblico.
La distinzione è importante: non tutti i costi indiretti possono essere trasformati in risparmi immediati. Tuttavia, il problema resta concreto e riguarda molti settori della spesa pubblica.
Appalti e acquisti pubblici
Uno dei principali ambiti in cui è possibile intervenire è quello degli appalti. Nel 2025 il valore complessivo delle procedure pubbliche di importo pari o superiore a 40.000 euro ha raggiunto circa 309,7 miliardi di euro, inclusi 20,8 miliardi legati a progetti finanziati dal PNRR. In un mercato di queste dimensioni, anche piccoli miglioramenti nella concorrenza, nella programmazione e nei controlli possono produrre effetti rilevanti.
Un elemento segnalato dall’ANAC riguarda il ricorso agli affidamenti diretti. Secondo i dati riportati nella relazione sull’attività del 2025, gli affidamenti diretti avrebbero rappresentato il 95% delle acquisizioni di servizi e forniture comprese tra 5.000 euro e 25 milioni di euro. Il dato non dimostra automaticamente l’esistenza di illeciti, ma evidenzia la necessità di controllare gli importi, la ripetizione degli incarichi e la concentrazione degli affidamenti sugli stessi operatori.
In questo settore si potrebbe intervenire attraverso:
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banche dati pubbliche e facilmente consultabili su ogni contratto;
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segnalazione automatica degli importi appena inferiori alle soglie previste;
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controlli sugli affidamenti ripetuti alla stessa impresa;
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maggiore ricorso a centrali di committenza realmente efficienti;
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verifica dei risultati ottenuti, non solo della regolarità formale della gara;
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responsabilità effettiva in caso di lavori difettosi o servizi mai erogati.
L’obiettivo non dovrebbe essere bloccare gli acquisti pubblici con una burocrazia ancora più pesante. Il punto è utilizzare i dati per individuare rapidamente i comportamenti anomali e concentrare i controlli dove il rischio è più elevato.
Sanità: spendere meglio senza tagliare
La sanità è un altro settore nel quale sprechi e inefficienze possono incidere direttamente sulla qualità dei servizi. L’ANAC ha indicato che nel secondo quadrimestre del 2022 gli appalti sanitari monitorati valevano 19,3 miliardi di euro, con una quota significativa destinata a forniture e procedure gestite da centrali di committenza.
Le criticità possono riguardare prezzi differenti per prodotti identici, acquisti effettuati senza una corretta analisi del fabbisogno, apparecchiature inutilizzate, contratti prorogati per anni e servizi esternalizzati senza una valutazione periodica dei costi.
Per ridurre gli sprechi si potrebbe:
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confrontare a livello nazionale i prezzi pagati dalle diverse aziende sanitarie;
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creare un catalogo digitale dei dispositivi e dei farmaci acquistati;
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controllare automaticamente anomalie e aumenti ingiustificati;
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verificare se apparecchiature e strutture finanziate siano realmente utilizzate;
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pubblicare i tempi di attesa e i costi effettivi delle prestazioni;
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rafforzare i controlli sui conflitti di interesse;
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valutare periodicamente se convenga produrre un servizio internamente o affidarlo all’esterno.
Risparmiare nella sanità non dovrebbe significare ridurre il numero di medici o chiudere servizi essenziali. Al contrario, le risorse recuperate dagli acquisti inefficienti potrebbero essere destinate al personale, alla medicina territoriale, alla manutenzione degli ospedali e alla riduzione delle liste d’attesa.
Enti duplicati e società partecipate
Un’altra area delicata è rappresentata dalla moltiplicazione di enti, agenzie, fondazioni e società partecipate con funzioni simili. Non tutte le partecipate sono inutili: alcune gestiscono servizi essenziali e possono svolgere un ruolo importante. Il problema nasce quando strutture diverse svolgono attività sovrapposte, accumulano perdite o vengono utilizzate per distribuire incarichi senza una reale valutazione dei risultati.
Un piano di razionalizzazione dovrebbe prevedere:
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un censimento aggiornato di enti e partecipate;
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la pubblicazione dei bilanci e dei compensi;
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obiettivi annuali verificabili;
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la fusione delle strutture con funzioni sovrapposte;
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la chiusura degli organismi privi di una missione chiara;
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il divieto di mantenere società cronicamente in perdita senza un piano di risanamento.
La riduzione degli enti non dovrebbe essere effettuata soltanto sulla base del loro nome o della loro dimensione. Servirebbe un’analisi concreta: quali servizi erogano, quanto costano, quanti utenti servono e quali risultati producono.
Opere incompiute e manutenzione
Strade, ponti, scuole, acquedotti e reti ferroviarie richiedono manutenzione costante. Quando la manutenzione viene rinviata, il costo aumenta e spesso lo Stato è costretto a intervenire in emergenza, con procedure più rapide ma anche più costose.
Lo stesso vale per il dissesto idrogeologico. Secondo ISPRA, nel 2024 il 94,5% dei comuni italiani risultava esposto ad almeno uno tra i rischi di frana, alluvione, erosione costiera o valanghe. La Camera dei deputati ha inoltre riportato che 7.423 comuni, pari al 93,9% del totale, risultano interessati da fenomeni di rischio idrogeologico.
In questo contesto, spendere soltanto dopo una frana o un’alluvione significa sostenere costi umani ed economici molto più elevati. La prevenzione dovrebbe diventare una voce stabile della programmazione pubblica, con:
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pulizia e manutenzione ordinaria di fiumi, canali e versanti;
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monitoraggio degli argini e delle infrastrutture;
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priorità agli interventi con maggiore rischio per persone e abitazioni;
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revoca dei finanziamenti per opere mai avviate senza motivazioni;
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pubblicazione dello stato di avanzamento fisico e finanziario dei lavori;
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collaudi indipendenti e controlli sulla qualità dei materiali.
La Corte dei conti ha rilevato che l’aumento delle risorse destinate al dissesto idrogeologico non si è ancora tradotto in un corrispondente aumento delle opere concluse. Il problema, quindi, non riguarda soltanto la quantità di denaro stanziato, ma anche la capacità amministrativa di trasformare gli stanziamenti in interventi realizzati.
Burocrazia e ritardi
Uno spreco non è soltanto una fattura gonfiata. Può essere anche una pratica che resta ferma per mesi, un’autorizzazione duplicata, un ufficio costretto a inserire gli stessi dati in tre piattaforme diverse o un’impresa che rinuncia a investire perché non riesce a ottenere una risposta.
La semplificazione burocratica dovrebbe concentrarsi su pochi interventi concreti:
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un’unica piattaforma per i dati già posseduti dalla Pubblica amministrazione;
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eliminazione delle richieste di documenti già disponibili;
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tempi massimi realmente vincolanti;
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tracciamento digitale delle pratiche;
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responsabilità organizzativa in caso di ritardi sistematici;
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valutazione degli uffici sulla base dei risultati prodotti;
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interoperabilità tra Comuni, Regioni, ministeri e agenzie pubbliche.
Digitalizzare un procedimento inefficiente non basta. Se si trasferisce online una procedura inutilmente complessa, si ottiene soltanto una burocrazia digitale più difficile da comprendere. La tecnologia deve essere accompagnata dalla revisione dei processi.
Come utilizzare le risorse recuperate
Il recupero degli sprechi non dovrebbe trasformarsi in un generico tesoretto da distribuire senza una strategia. Le risorse dovrebbero essere assegnate secondo priorità verificabili.
Una possibile destinazione potrebbe essere:
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riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sulle piccole imprese;
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rafforzamento della sanità territoriale e riduzione delle liste d’attesa;
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manutenzione di strade, scuole, ponti e reti idriche;
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prevenzione del dissesto idrogeologico;
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sostegno alle famiglie in difficoltà;
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investimenti nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione;
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riduzione del debito pubblico.
Un sistema efficace potrebbe vincolare una quota dei risparmi certificati al settore nel quale sono stati ottenuti. Ad esempio, una riduzione dei costi degli acquisti sanitari potrebbe essere reinvestita in personale e servizi sanitari; i risparmi sulla gestione degli immobili pubblici potrebbero finanziare la manutenzione degli edifici.
I limiti delle stime
Le cifre sugli sprechi devono essere trattate con attenzione. Sommare corruzione, inefficienze, ritardi, evasione, mancati investimenti e costi sociali può essere utile per descrivere la dimensione del problema, ma non significa che l’intero importo possa essere recuperato in un solo anno.
Un piano credibile dovrebbe distinguere tra:
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somme direttamente recuperabili;
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costi evitabili nel medio periodo;
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danni economici indiretti;
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inefficienze che richiedono riforme strutturali;
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spese necessarie, anche se politicamente impopolari.
La lotta agli sprechi non può quindi basarsi soltanto su slogan o tagli lineari. Tagliare indiscriminatamente i bilanci rischia di ridurre i servizi e aumentare i costi in futuro. La strada più efficace è selettiva: controllare meglio, misurare i risultati, eliminare duplicazioni e premiare le amministrazioni che spendono bene.
Il punto di partenza
L’Italia non ha necessariamente bisogno di spendere meno in ogni settore. Ha bisogno di sapere quanto spende, per quale obiettivo e con quali risultati.
Un euro sottratto a un appalto inefficiente, a una consulenza inutile o a un’opera mai completata può diventare un euro destinato a un ospedale, a una scuola, a una strada sicura o alla riduzione delle tasse. Ma per ottenere questo risultato servono dati pubblici, controlli indipendenti, responsabilità chiare e continuità amministrativa.
Gli sprechi non si eliminano con una sola riforma né con una semplice riduzione delle strutture. Si riducono attraverso controlli costanti, procedure trasparenti e una Pubblica amministrazione valutata non per il numero di documenti prodotti, ma per la qualità dei servizi offerti ai cittadini.