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“Squadristi sono tornati”: la protesta studentesca si scontra con lo spettro della violenza politica

“Squadristi sono tornati”: la protesta studentesca si scontra con lo spettro della violenza politica

Tra occupazioni scolastiche, scontri e accuse di infiltrazioni, il confronto sul decreto scuola riporta in piazza il vecchio dilemma italiano: come difendere il diritto di protesta senza lasciare spazio alla violenza.

Una protesta che chiede scuole dignitose

Le mobilitazioni degli studenti sono arrivate a un punto di rottura. A Torino sono stati occupati l’istituto Boselli e il liceo Volta, mentre a Roma gli studenti hanno occupato il liceo Morgagni, nell’ambito di una protesta che coinvolge da giorni diverse città italiane.

Le rivendicazioni dichiarate riguardano scuole più dignitose, maggiori risorse per l’istruzione pubblica, spazi per le assemblee e critiche al decreto Valditara, in particolare alle misure che limitano la presenza di studenti stranieri nelle classi.

L’accusa: “sono tornati gli squadristi”

Nel dibattito pubblico, alcune voci del movimento studentesco hanno lanciato un’accusa forte: quella che, dietro ai volti coperti e ai danneggiamenti nelle scuole, si nasconda una forma di squadrismo fascista. L’argomento politico è chiaro: non si tratterebbe soltanto di episodi isolati, ma di un tentativo di infiltrare e delegittimare occupazioni presentate come pacifiche.

Secondo questa narrazione, gruppi mascherati sarebbero entrati in alcuni istituti occupati danneggiando arredi, computer e strutture, per poi consentire alla politica e alle forze dell’ordine di dipingere l’intera mobilitazione come violenta. È una lettura che richiama deliberatamente la memoria storica dello squadrismo: la violenza come strumento per intimidire gli avversari e imporre una propria versione dell’ordine.

Cosa dicono i fatti

Le cronache parlano effettivamente di tensioni serie. A Torino, durante un corteo non preavvisato, sono stati segnalati lanci di uova, sassi, bottiglie e bastoni contro le forze dell’ordine; sono stati identificati oltre cinquanta manifestanti, molti con il volto coperto, e arrestati tre minorenni.

Sono stati inoltre riportati episodi di incursioni in scuole da parte di giovani incappucciati, con lancio di sassi anche contro gli agenti. Al tempo stesso, però, non tutti i manifestanti possono essere ridotti alla stessa categoria: la protesta ha visto cortei molto partecipati, scioperi e occupazioni, mentre i sindacati di polizia hanno parlato di agenti feriti nei momenti di scontro.

 

Il nodo politico: violenza e legittimità

Qui sta il vero problema politico. Una mobilitazione studentesca può avere ragioni fondate — edifici degradati, mancanza di fondi, misure percepite come discriminatorie — e allo stesso tempo essere indebolita dalla violenza di gruppi minoritari. È un meccanismo noto: bastano poche azioni spettacolari per spostare l’attenzione dalle rivendicazioni ai danni, dagli studenti agli incappucciati, dalla scuola alla sicurezza.

Chi protesta chiede quindi che lo Stato distingua tra chi manifesta e chi commette reati. La domanda è legittima: perché colpire con la repressione un diciassettenne che partecipa a una manifestazione, senza inseguire con la stessa determinazione chi, mascherato, danneggia scuole o aggredisce agenti? La risposta, in una democrazia, non può essere la generalizzazione: né tutti i manifestanti sono violenti, né ogni violenza va minimizzata.

La memoria come campo di battaglia

L’evocazione dello squadrismo non è solo retorica. In Italia, la violenza politica ha radici profonde e il richiamo alla storia serve spesso a definire chi ha il diritto di occupare la piazza e chi va isolato. Ma la memoria va usata con precisione: paragonare ogni episodio di violenza al fascismo può essere efficace sul piano emotivo, ma rischia di semplificare fenomeni diversi.

Il punto centrale resta un altro: la democrazia non può tollerare la violenza, ma neppure può usare la violenza di pochi per negare il diritto di protesta a molti. Gli studenti lo hanno sintetizzato in modo netto: non vogliono isolare i violenti al posto delle forze dell’ordine, ma rivendicano la pacificità come propria arma politica.

La prova per il governo

Per il governo, la sfida è duplice. Da un lato deve garantire l’ordine pubblico e perseguire chi danneggia scuole, lancia oggetti contro la polizia o usa la manifestazione come copertura per azioni violente. Dall’altro deve rispondere alle ragioni profonde della protesta: condizioni degli edifici scolastici, risorse, inclusione e percezione di misure che una parte rilevante degli studenti considera ingiuste.

Se prevale solo la logica dell’ordine, il rischio è di alimentare la narrativa dello “squadristi sono tornati”. Se invece si apre un confronto reale sulla scuola, la protesta potrà tornare a essere ciò che dice di voler essere: un atto civico, non un campo di battaglia.

 

 

 

 

 

 

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