Destra, immigrazione e memoria: le contraddizioni che gli slogan non risolvono
Il discorso politico della destra italiana si fonda spesso su una promessa semplice: fermare l’immigrazione, espellere chi non ha diritto a restare e “difendere gli italiani”. Ma chi guarda ai fatti, invece che ai manifesti elettorali, trova alcune contraddizioni difficili da ignorare.
La legge Bossi-Fini non ha “chiuso” l’immigrazione
La legge Bossi-Fini del 2002 è presentata nell’immaginario politico di destra come il simbolo della chiusura delle frontiere. In realtà, oltre a rafforzare strumenti di contrasto all’irregolarità, ha consolidato un sistema di ingressi programmati attraverso i decreti flussi, pensati per rispondere anche alle esigenze del mercato del lavoro.
Questo non significa che la legge non abbia avuto effetti restrittivi: li ha avuti, soprattutto sul piano dei permessi e delle procedure. Significa però che ridurre l’intera storia dell’immigrazione italiana a un’opposizione netta tra “destra che chiude” e “sinistra che apre” è una semplificazione fuorviante. Le politiche migratorie sono state per decenni un mix di controllo, regolarizzazioni, lavoro, accordi internazionali e emergenze umanitarie.
Gli ultimi quattro anni: numeri che sfidano lo slogan
Anche sul governo Meloni il racconto pubblico è spesso più netto dei dati. Nel 2023, primo anno interamente governato dall’esecutivo, gli sbarchi sono saliti a quasi 158 mila, rispetto a oltre 105 mila nel 2022. Nel 2024 gli arrivi sono scesi di circa il 58 per cento, portandosi intorno ai 66 mila; nel 2025 il dato è rimasto pressoché stabile, sempre intorno ai 66 mila.
Quindi sì: rispetto al picco del 2023 gli sbarchi sono diminuiti in modo rilevante. Ma no: non è vero che in quattro anni gli stranieri siano “spariti” dal Paese o che il fenomeno sia stato risolto. Sommando il 2023, il 2024 e il 2025, gli sbarchi sfiorano i 300 mila. Inoltre, i rimpatri effettivi restano un numero molto inferiore rispetto agli arrivi: nel 2025 ne sono stati registrati 6.097, dopo 5.414 nel 2024 e 4.751 nel 2023.
Il paradosso del “sovrano abbandonato”
Un’altra contraddizione riguarda il culto di certa memoria storica. Il fascismo italiano non ha “difeso” gli italiani fino alla fine: dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione nazista e la nascita della Repubblica di Salò, una parte del Paese è stata trascinata in una guerra già perduta, subendo occupazione, deportazioni, stragi e distruzione.
Non è storico né onesto presentare quel periodo come una semplice storia di patriottismo tradito dall’estero. Il Paese è stato ricostruito dopo la guerra dalla Resistenza, dalle istituzioni repubblicane, dal lavoro, dai sindacati, dalle imprese, dalle famiglie e dalla cooperazione internazionale. Ridurre tutto questo a una narrazione di vittimismo nazionale significa cancellare proprio la parte più importante della storia italiana.
L’Unione Sovietica e la Liberazione
L’odio generico verso “i russi” è storicamente superficiale. L’Unione Sovietica ha avuto un ruolo decisivo nella sconfitta della Germania nazista, pagando un costo umano enorme. E anche in Italia, tra il 1943 e il 1945, migliaia di ex prigionieri sovietici fuggiti dai campi fascisti si unirono alla Resistenza, combattendo contro nazifascisti e repubblichini.
L’ANPI ricorda che tra i partigiani stranieri vi erano molti soldati dell’Armata Rossa, oltre a cittadini di altre repubbliche sovietiche, e ne sottolinea il contributo alla lotta di Liberazione. Non si tratta di trasformare Stalin in un liberatore dell’Italia: la storia va raccontata per intero, compresi i crimini del regime sovietico. Ma confondere il popolo russo, i soldati sovietici caduti contro il nazismo e i partigiani fuggiti in Italia con la propaganda di oggi è un errore grossolano.
Conclusione
Chi vuole davvero “difendere l’Italia” dovrebbe iniziare dal conoscerne la storia. Dovrebbe distinguere tra dati e slogan, tra sbarchi e migrazione lavorativa, tra memoria e propaganda. E dovrebbe ricordare che la Liberazione non è stata un regalo: è stata costruita anche da partigiani italiani e stranieri, compresi molti ex prigionieri sovietici.
Studiare non toglie l’orgoglio nazionale. Lo rende meno facile da usare contro di te.