Mondiali della vergogna? Il clima ai controlli di frontiera
La Coppa del Mondo 2026 negli Stati Uniti avrebbe dovuto essere la celebrazione del “calcio globale” in una delle economie più forti del pianeta. Il quadro che emerge dalle testimonianze e dagli episodi delle ultime settimane è però molto diverso: diversi protagonisti del torneo raccontano di essere stati trattati “come criminali ricercati” ai controlli di frontiera.
Le immagini che hanno scatenato il dibattito mostrano la nazionale del Senegal controllata con metal detector direttamente sulla pista dell’aeroporto di Raleigh‑Durham, con giocatori costretti a togliersi le scarpe e a far svuotare i bagagli sul tarmac, prima ancora di vedere il terminal. Il video è autentico, anche se – come chiarito dalla federcalcio senegalese – i controlli sarebbero stati effettuati lì per “ottimizzare i tempi di viaggio” verso San Antonio, dove la squadra aveva in programma un’amichevole. Resta però la percezione, amplificata online, di un trattamento sproporzionato per una nazionale che arriva a disputare un torneo FIFA.
Iran, Tijuana e i tifosi bloccati
Un altro caso emblematico riguarda la nazionale iraniana. Per via delle restrizioni di viaggio imposte dall’amministrazione Trump, l’Iran ha dovuto fissare il proprio ritiro a Tijuana, in Messico, con giocatori e staff che attraversano il confine verso gli Stati Uniti solo per le partite ufficiali. A peggiorare il quadro, la federazione iraniana sostiene che i biglietti destinati ai tifosi azzurri per le tre gare negli USA siano stati revocati, di fatto impedendo a molti sostenitori di vedere la propria squadra dal vivo.
Questa situazione alimenta la critica di chi parla di “caccia alle streghe istituzionale”: la retorica ufficiale del torneo – “Everyone Welcome” – si scontra con una pratica restrittiva che colpisce in modo particolare le delegazioni provenienti da paesi sotto travel ban o osservazione speciale, come Iran e Somalia.
Aymen Hussein e il caso dei giocatori iracheni
Sul fronte iracheno, l’episodio più clamoroso coinvolge l’attaccante della nazionale Aymen (Jaim) Hussein. Arrivato a Chicago O’Hare con la delegazione, è stato trattenuto per quasi sette ore dai funzionari della U.S. Customs and Border Protection, sottoposto a interrogatorio e ulteriori verifiche prima di essere ammesso negli Stati Uniti.
Nello stesso contesto, un fotografo della nazionale è stato dichiarato “inadmissible” e respinto per “vetting concerns”, cioè per presunte criticità emerse nei controlli di sicurezza. Per i critici, questi episodi confermano che la “psicosi securitaria” descritta nell’audio ha colpito non solo tifosi e personale di supporto, ma anche atleti di primo piano che dovrebbero essere i protagonisti del torneo.
Il caso Omar Artan: arbitro top fermato e rimandato indietro
Il “capolavoro dell’assurdo”, come viene definito nel commento, riguarda il direttore di gara somalo Omar Artan, uno degli arbitri più quotati del continente africano, scelto da FIFA per dirigere partite del Mondiale. Arrivato all’aeroporto di Miami con documenti in regola e un passaporto diplomatico rilasciato proprio per facilitare il viaggio, è stato fermato dalla CBP, interrogato per circa 11 ore e infine respinto, con divieto di ingresso negli Stati Uniti.
Fonti statunitensi hanno parlato di “associazioni con membri sospettati di terrorismo” e di “vetting concerns”, senza fornire prove pubbliche o dettagli; la Somalia, dal canto suo, lo ha accolto come un eroe nazionale e ha denunciato un trattamento discriminatorio che priva il Mondiale di uno dei fischietti più stimati del continente. FIFA, interpellata sulla vicenda, ha ricordato che la concessione dei visti è responsabilità esclusiva del paese ospitante, limitandosi a prendere atto dell’esclusione di Artan dal torneo.
Dal sogno dei 17 miliardi al rischio flop
Nel commento audio si sostiene che questa “psicosi securitaria” stia diventando un boomerang anche sul piano economico: “L’America sognava incassi da 17 miliardi di dollari, ma si sta rivelando un vero disastro finanziario. Le tariffe alberghiere nelle città dei match sono crollate di un terzo e 8 hotel su 10 sono desolatamente vuoti rispetto alle attese.”
A pesare sarebbero non solo i costi elevati e le distanze tra le sedi delle partite, ma anche la percezione, soprattutto per chi arriva da determinati Paesi, di essere trattato più come un potenziale sospetto che come un ospite. Diverse organizzazioni per i diritti umani denunciano da mesi il combinato disposto tra travel ban, controlli aggiuntivi e revoca di biglietti ai tifosi di determinate nazionali, fattori che hanno spinto migliaia di persone a rinunciare al viaggio.
Il doppio standard rispetto al Qatar
L’ultima parte del ragionamento colpisce il sistema mediatico: “Durante i Mondiali in Qatar, i media occidentali facevano la morale ogni giorno. Oggi, con gli Stati Uniti, l’omertà è totale.” Nel 2022, questioni come diritti dei lavoratori migranti, libertà civili e norme sui costumi furono oggetto di ampia copertura critica; oggi, sostengono i commentatori più severi, le violazioni legate alle politiche migratorie e ai controlli di sicurezza USA ricevono molta meno attenzione, nonostante abbiano un impatto diretto su squadre, arbitri e tifosi.
Questo doppio standard percepito alimenta il sentimento di sfiducia verso la narrazione “ufficiale” del torneo e spinge molti osservatori a interrogarsi sul ruolo di FIFA e dei grandi media nel denunciare o nel minimizzare problemi simili, a seconda di chi ospita la Coppa del Mondo.